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Una Luce nel Buio

Il Campo Quantico - Anteprima del libro di Lynne McTaggart

Assenza di gravità e disorientamento

Forse ciò che accadde a Ed Mitchell fu dovuto all’assenza di gravità o al disorientamento. L’episodio si verificò mentre Ed stava tornando a casa e si trovava a circa 400.000 chilometri di distanza, in un punto della mezza luna, azzurra e bianca di nubi, che appariva a intermittenza dal finestrino triangolare del modulo di comando dell’Apollo 14.

Due giorni prima Ed era diventato il sesto uomo a sbarcare sulla Luna. La spedizione era stata un trionfo: il primo sbarco sul satellite terrestre in cui venivano condotti studi scientifici. I circa quaranta chili di campioni di rocce e suolo caricati a bordo della navicella spaziale erano lì a testimoniarlo. Per quanto lui e il suo comandante, Alan Shepard, non fossero riusciti a raggiungere la sommità dell’antico Cratere Cono, alto più di duecento metri, il resto degli obiettivi del meticoloso programma era stato raggiunto e legata al polso portavano la scheda dettagliata di quasi ogni minuto del loro viaggio di due giorni.

Quello che non avevano preso in adeguata considerazione era l’impatto che questo mondo disabitato, con una gravità più debole e privo dell’effetto smorzante dell’atmosfera, avrebbe avuto sui loro sensi. Sulla nuda distesa del paesaggio grigio polvere, dove l’Antares - il modulo lunare dorato simile a un insetto - spiccava come unico punto di riferimento, le percezioni di spazio, dimensione, distanza o profondità risultavano distorte. Ed Mitchell era rimasto scioccato nello scoprire che tutti i punti di navigazione che aveva annotato con grande attenzione sulle fotografie ad alta risoluzione erano almeno al doppio della distanza prevista. Era come se, durante il viaggio, lui e Alan si fossero ristretti e quelli che da casa sembravano piccoli dossi e promontori, sulla superficie della Luna fossero improvvisamente cresciuti fino a quasi due metri. Ed essendosi rimpiccoliti, erano diventati anche inconsistenti. Aveva provato una strana leggerezza dovuta alla debole attrazione gravitazionale e, nonostante il peso e l’ingombro della tuta, aveva avuto la sensazione di volteggiare a ogni passo.

A questo andava aggiunto l’effetto di distorsione della luce del sole, che in questo mondo senz’aria arrivava pura e non filtrata. Nella vampa che risultava accecante pure nella mattinata relativamente fresca, prima del picco che poteva arrivare a 130 °C, i crateri, i punti di riferimento, il suolo e la terra, perfino il cielo stesso, si stagliavano in una chiarezza assoluta. Per una mente abituata al leggero filtro dell’atmosfera, le ombre nette e i colori cangianti del terreno grigio ardesia contribuivano a ingannare la vista. Senza saperlo, lui e Alan erano stati a soli venti metri dalla sommità del cratere, a circa dieci secondi, quando avevano deciso di tornare indietro, convinti che non avrebbero fatto in tempo. Quel fallimento deluse profondamente Ed, che aveva sempre desiderato guardare in quel buco di più di trecento metri di diametro nel bel mezzo delle alture lunari. Ma i loro occhi non avevano saputo interpretare quella visione troppo accesa. Niente di vivo, ma neppure niente di nascosto, e tutto mancava di sfumature. A ogni sguardo l’occhio era sopraffatto da ombre nette e contrasti brillanti. In un certo senso, vedeva meglio e al contempo con meno chiarezza di sempre.

Durante la frenetica attività del loro programma, c’era stato poco tempo per la riflessione o lo stupore o per qualsiasi pensiero più ampio sullo scopo del loro viaggio. Erano gli uomini che, in assoluto, si erano spinti più lontano nell’universo. Eppure, ben consapevoli di costare ai contribuenti americani 200.000 dollari al minuto, si sentivano obbligati a tenere d’occhio l’orologio, portando a termine tutti i compiti del fitto programma preparato da Houston. Solo dopo che il modulo lunare si era riconnesso a quello di comando e aveva iniziato il viaggio di ritorno di due giorni verso la Terra, Ed aveva potuto togliersi la tuta spaziale, ora piena di terriccio lunare, e sedersi in calzamaglia a cercare di mettere un po’ d’ordine nella sua frustrazione e nei suoi pensieri sconnessi.

Il Kitty Hawk ruotava lentamente, come un pollo sullo spiedo, per equilibrare l’effetto termico su ogni lato del velivolo spaziale e, in quel calmo ruotare, la Terra appariva e spariva dalla finestra, una piccola falce di luna nella notte di stelle che avvolgeva l’intero universo. Da questa prospettiva, mentre la Terra e il resto del sistema solare entravano e uscivano a intermittenza dalla visuale, il cielo non esisteva solo sopra gli astronauti, come lo vediamo di solito, ma era un’entità onnicomprensiva che cullava la Terra da ogni lato.

Fu allora, guardando fuori dalla finestra, che Ed ebbe la sensazione più strana mai provata: un senso di connessione, come se tutti i pianeti e tutti gli individui di ogni tempo fossero collegati tramite una rete invisibile. La grandiosità del momento quasi gli impediva di respirare. Nonostante continuasse a girare manopole e a schiacciare pulsanti, si sentiva distaccato dal corpo, come se ci fosse qualcun altro ai comandi.

Sembrava che ci fosse un enorme campo di forza che connetteva tutte le persone, le intenzioni e i pensieri e le forme di materia animata e inanimata di tutta l’eternità. Qualsiasi cosa avesse immaginato o fatto avrebbe influenzato il resto dell’universo e, ugualmente, ogni evento verificatosi nel cosmo avrebbe avuto lo stesso effetto su di lui. Il tempo era un costrutto artificiale. Aveva la sensazione che tutto ciò che gli era stato insegnato circa gli esseri animati e inanimati fosse sbagliato. Non esistevano incidenti né intenzioni individuali. L’intelligenza naturale che esisteva da miliardi di anni, che aveva forgiato le stesse molecole del suo corpo, era responsabile anche del viaggio che stava compiendo. Non era un concetto che comprendeva con la sola mente, ma una travolgente sensazione viscerale, come se si stesse davvero estendendo fisicamente, espandendosi fuori dal finestrino fino ai più remoti recessi dell’universo.

Non aveva visto il volto di Dio

Non aveva visto il volto di Dio. Non gli sembrava che fosse un’esperienza di tipo religioso, piuttosto un’accecante epifania di significato, quella che le religioni orientali spesso definiscono “estasi di unità”. Fu come se in un solo istante Ed Mitchell avesse scoperto e percepito La Forza.

Lanciò uno sguardo ad Alan e Stu Roosa, gli altri astronauti della missione, per vedere se stavano provando qualcosa di vagamente simile. La prima volta che erano usciti dall’Antares sul cratere lunare di Fra Mauro, un altopiano, per un attimo Alan, veterano del primo lancio spaziale - di solito un duro con poco tempo per le baggianate mistiche - fece ogni sforzo nell’ingombrante tuta spaziale per riuscire a guardare in alto e si commosse alla vista della Terra, così assurdamente bella nel cielo senz’aria. In quel momento gli sembrò che Stu e Alan avessero cose più importanti a cui badare ed ebbe paura di parlare di ciò che cominciava a sembrargli un momento di verità suprema.

All’interno del programma spaziale si era sempre distinto per essere un po’ strano e a quarantun anni, per quanto più giovane di Shepard, era uno dei membri più anziani dell'Apollo. Con i suoi capelli biondo rossi, la mascella squadrata, i tratti da americano tipo e la parlata lenta e languida di un pilota di linea, aveva l’aspetto giusto e recitava la sua parte alla perfezione. I suoi colleghi lo ritenevano una specie d’intellettuale: era l’unico tra loro ad avere sia un dottorato sia le credenziali di pilota collaudatore. Era entrato nel programma spaziale grazie a un’attenta pianificazione. Progettò intenzionalmente di lavorare alla NASA conseguendo un dottorato in Astrofisica al Massachusetts Institute of Technology, prestigiosa università per gli studi scientifici, titolo che riteneva indispensabile, e solo in un secondo tempo pensò di aumentare le ore di volo conseguite all’estero. Ed non era certo un fannullone quando si trattava di volare. Come tutti gli altri ragazzi aveva passato parecchio tempo nella pattuglia acrobatica di Chuck Yeager nel deserto del Mojave, a far fare agli aerei cose per cui non erano stati progettati. Era perfino diventato istruttore ma amava pensare a se stesso come a un esploratore, più che a un collaudatore: una specie di cercatore della verità in chiave moderna. La sua attrazione per la scienza era in lotta costante con l’acceso fondamentalismo battista della sua giovinezza. Non sembrava strano che fosse nato a Roswell, nel New Mexico, dove si credeva fossero avvenuti i primi avvistamenti alieni, a pochi chilometri di distanza dalla casa di Robert Goddard, il padre della scienza missilistica americana, e poco oltre le montagne in cui erano stati eseguiti i primi test sulla bomba atomica. Scienza e spiritualità coesistevano in lui, sgomitando per ottenere il primato, anche se sperava ardentemente che si stringessero la mano e facessero pace.

C'era qualcos’altro che aveva tenuto nascosto ai suoi compagni. Ultimamente Ed si era cimentato in esperimenti sulla consapevolezza e la percezione extrasensoriale, analizzando i lavori del dottor Joseph B. Rhine, un biologo che aveva condotto numerosi studi sulla natura extrasensoriale della coscienza umana. Era da poco diventato amico di due medici che stavano ideando esperimenti credibili sulla natura della coscienza. Assieme si erano resi conto che il viaggio di Ed sulla Luna offriva loro un’opportunità unica per verificare se la telepatia funzionasse a distanze superiori di quelle del laboratorio del dottor Rhine. C’era la possibilità irripetibile di vedere se questo tipo di comunicazione potesse superare qualsiasi distanza sulla Terra. Quella sera stessa Ed, mentre Alan e Stu dormivano nelle loro cuccette, stando ben attento a non far rumore si dedicò all’esperimento che aveva condotto per tutto il tragitto di andata e ritorno dalla Luna.

La conclusione

Quarantacinque minuti dopo l’inizio della fase di sonno, come aveva fatto nei due giorni di viaggio verso la superficie lunare, tirò fuori una piccola torcia e sul blocco di appunti copiò a caso dei numeri, ciascuno dei quali era associato a uno dei famosi simboli Zener del dottor Rhine: quadrato, cerchio, croce, stella e un paio di linee ondulate. Poi si concentrò su di loro metodicamente, uno per uno, cercando di “trasmettere” le sue scelte ai colleghi a casa. Per quanto eccitato fosse, tenne la cosa per sé. Una volta aveva cercato di intavolare una discussione con Alan sulla natura della coscienza, ma non aveva molta confidenza col suo capo e per gli altri la questione non era così importante. Alcuni astronauti nello spazio avevano pensato a Dio, e tutti nel programma spaziale erano consapevoli di essere alla ricerca di qualcosa di nuovo sul funzionamento dell’universo. Ma se Alan e Stu avessero saputo che Ed stava tentando di trasmettere i suoi pensieri a persone sulla Terra, lo avrebbero considerato ancora più strambo di quanto non facessero già.

Ed concluse l’esperimento di quella notte e ne avrebbe condotto un altro la sera successiva. Ma dopo l’esperienza vissuta poche ore prima, non gli sembrava più tanto necessario; adesso era convinto che fosse vero. Le menti umane erano connesse le une alle altre, così come erano legate a tutto ciò che esisteva in questo mondo e in tutti gli altri mondi. Il sensitivo che era in lui accettava questo fatto, ma per la sua parte di scienziato non era abbastanza. Per i successivi venticinque anni si sarebbe rivolto alla scienza per comprendere cosa diavolo gli fosse accaduto là nello spazio.

Questo testo è estratto dal libro "Il Campo Quantico".

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