Scopri le pressioni del potere in carica sul personale curante in tema di valutazione sulle vaccinazioni leggendo l'anteprima del libro di Stefano Mantegazza.

Effetto Galileo

Sarebbe interessante chiedersi quanti siano i medici che criticano, per qualsiasi motivo e sotto qualsiasi profilo, le politiche di vaccinazione oggi in vigore nel nostro Paese. Ma se già ieri era difficile saperlo, oggi sarebbe addirittura impossibile. Perché oggi, su questo tema, non si può più essere medici senza essere «i medici».

L’8 luglio 2016 la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO) divulgava un «Documento sui vaccini*» in cui proponeva «di riconfermare l’obbligo dei medici di collaborare all’attuazione dei provvedimenti di sanità pubblica» e disponeva che «il consiglio di non vaccinarsi [contro quali malattie? - N.d.A.]... in particolare se fornito al pubblico con qualsiasi mezzo, costituisce infrazione deontologica» e può giustificare sanzioni, fino alla radiazione dai rispettivi ordini professionali. Già un anno prima, nel corso di un congresso, l’allora presidente dell’lSS Walter Ricciardi aveva auspicato di «richiamare e sanzionare gli operatori della sanità pubblica, dai medici e pediatri alle ostetriche, che gettano discredito sui vaccini [quali? - N.d.A.] e suggeriscono ai genitori di non vaccinare i propri bimbi. Andrebbero rimossi».

Alle intenzioni seguivano i fatti. Nell’aprile del 2017 l’Ordine di Treviso sanzionava il dott. Roberto Gava con la radiazione. Il presidente dell’ISS commentava così su Twitter: «Grazie a Ordine Medici Treviso per aver radiato primo medico per il suo comportamento non etico e antiscientifico nei confronti dei vaccini». Un mese dopo toccava a Dario Miedico, professionista milanese attivo da oltre cinquant’anni, cofondatore dell’associazione «Medicina Democratica - Movimento di lotta per la salute», epidemiólogo, medico legale e consulente del tribunale di Milano specializzato in patologie da vaccino.

Benché, secondo le indiscrezioni della stampa, vi sarebbero altri medici «attenzionati» dagli ordini, le radiazioni di Gava e Miedico sortivano già da sole l’effetto di colpirne due per educarne migliaia. Di fronte al rischio reale di perdere il lavoro, ai colleghi dei professionisti radiati non restava che trattare il tema delle vaccinazioni negli strettissimi termini dettati dalla Federazione.

O tacere.

Se è vero che in Italia gli ordini professionali sono enti pubblici autonomi - cioè non strumentali dello Stato - dotati di un’ampia indipendenza decisionale e organizzativa, non può sfuggire che le prese di posizione sopra accennate si sovrapponevano cronologicamente all’iter di redazione del «Piano nazionale di prevenzione vaccinale 2017-2019», mentre i provvedimenti disciplinari arrivavano a ridosso del varo del decreto Lorenzin.

Si inaugurava così una staffetta circolare tra il Ministero della Salute - che obbliga i pazienti - e gli ordini - che obbligano i medici - dove il primo giustificava i suoi atti adducendo l’approvazione unanime de «i medici», mentre i secondi avveravano quella giustificazione mettendo a tacere i dissenzienti con la minaccia di gravi provvedimenti disciplinari. L’effetto desiderato partoriva così la sua causa: il legislatore vantava la certificazione di una comunità scientifica nominalmente «altra», libera e autorevole, ma nei fatti autorizzata a non produrre altro che quella certificazione. In un pregevole commento pubblicato in rete, l’avvocato Riccardo Bianchini metteva a fuoco l’assurdità e i pericoli di questo gioco delle parti tra organi di governo e autogoverno:

[È] questa la gravità massima insita in un meccanismo che si è innescato, un cortocircuito fra diritto e scienza che ricorda troppo da vicino ciò che in un passato che davamo per superato accadeva fra diritto e religione - si lascia campo libero alla possibilità che prima si facciano tacere i dissenzienti, e poi in questa forzata unanimità di vedute si afferm[a] che la scienza medica unanime concorda con l’impostazione della norma.

I danni di questo «cortocircuito tra diritto e scienza» sono in effetti della «gravità massima» e toccano tutti gli ambiti e gli attori interessati dall’operazione.

Ci si può fidare?

La prima vittima è il valore richiamato in apertura di questo scritto: l’autorevolezza del personale sanitario e il suo ruolo nell’informare e assistere i pazienti. Con quale profitto ci si dovrebbe oggi rivolgere al proprio medico di fiducia per un consiglio riguardante le vaccinazioni se la risposta non può che obbligatoriamente ricalcare quella dettata dagli ordini professionali? E se anche l’interpellato aderisse convintamente a ciò che gli è stato imposto, come può il paziente sapere se si tratta di un’adesione in scienza e coscienza o non piuttosto di una risposta dettata dal timore delle sanzioni? Che chi ripete ciò che deve ripetere ci crede davvero, è in buona fede? Non può, sicché non si può fidare.

Non è logicamente possibile raccomandare ai cittadini di rimettersi alla valutazione del personale curante in quanto consapevole, esperto, istruito ecc... e al tempo stesso impedire a quest’ultimo di formulare liberamente quella valutazione. Subordinando i medici a una direttiva di merito, li si comprime sullo stesso piano dei loro pazienti. E poiché entrambi debbono solo attenersi al verdetto di un’autorità superiore, mancano i presupposti gerarchici dell’affidamento.

Non può allora stupire né indignare che gli utenti della sanità si rivolgano alle pagine di internet o ad altre fonti non ufficiali nella speranza - spesso mal riposta, ma comunque logica - di trovare nell’anonimato e nell’informalità la libertà di espressione negata altrove. Che alla certezza della reticenza preferiscano l’incertezza e i rischi di un confronto più libero, ancorché non certificato. Se - come fu il caso di Galileo Galilei incarcerato da Urbano Vili per avere sostenuto una teoria eretica - l’autorevolezza di una proposizione scientifica non tollera le pressioni del potere in carica, chi cerca un’informazione scientifica indipendente non rifiuta quell’autorevolezza. Al contrario la cerca, ne ha bisogno.

E quindi anche i depositari di quell’autorevolezza non dovrebbero gloriarsi di avere le spalle coperte dalla legge. Dovrebbero piuttosto preoccuparsene. Perché la contropartita di quel breve vantaggio è la loro riduzione a sudditi - quando non nei fatti, almeno nella percezione del pubblico - e il loro appiattimento nei ranghi di esecutori e divulgatori delle tesi governative. Oltre che squalificante, la faccenda sembra anche poco compatibile con quegli stessi principi deontologici a cui la Federazione si appella, ad esempio all’art. 4 del Codice di deontologia («Libertà e indipendenza della professione. Autonomia e responsabilità del medico») che recita:

L’esercizio professionale del medico è fondato sui principi di libertà, indipendenza, autonomia e responsabilità. Il medico ispira la propria attività professionale ai principi e alle regole della deontologia professionale senza sottostare a interessi, imposizioni o condizionamenti di qualsiasi natura.

Le conseguenze di questo «cortocircuito» sono ancora più gravi nella prospettiva dell’avanzamento del sapere. Se esprimere dubbi su una pratica sanitaria diventa pericoloso per chi ne ha le competenze e il ruolo, chi si azzarderà a individuarne, studiarne e divulgarne le criticità per renderla più efficace e sicura? Chi si assumerà il rischio di ipotizzarle pubblicamente?

L’idea di fondo sembra essere quella di un improbabile «capolinea della conoscenza» dove non c’è più nulla da aggiungere, bisogna solo eseguire o quantomeno riservare la facoltà di critica non già ai medici, ma a pochi e selezionati esperti che ispirano e certificano la linea politica del momento. Un capolinea che se fosse stato fissato venti o cinquantanni anni avrebbe impedito, o quantomeno reso molto più difficile e lenta, la denuncia dei rischi o della scarsa efficacia di alcuni farmaci oggi non più somministrati. Avrebbe, se esteso ad altre pratiche mediche, mantenuto in vita terapie e credenze oggi considerate inutili o pericolose.

Farmaci considerati «sicuri»

Se crediamo, come è spesso vero, che le conoscenze di oggi siano migliori di quelle di ieri, dobbiamo per forza di logica accettare che saranno superate o anche smentite da quelle di domani. Molti farmaci considerati «sicuri» in passato si sono poi rivelati peggiori dei mali che dovevano curare solo grazie ai dubbi liberamente espressi e condivisi dalla comunità medica che ne osservava gli effetti - in casi estremi, anche letali - sulla popolazione. Contrariamente a quanto si sente oggi dire, la critica e la precauzione non frenano il progresso scientifico ma ne costituiscono anzi l’essenza. Così il già citato avv. Bianchini:

La scienza non può mai dirsi portatrice di certezze assolute, pena una contraddizione con la definizione stessa di scienza intesa in senso moderno. In campo medico, come in ogni campo scientifico, il ruolo primario spetta alla pratica del dubbio scettico, dovendo invece essere evitato ogni approccio di natura dogmatica. La scienza medica deve essere intesa (dal potere politico, dalla società civile e, soprattutto, da se stessa), qui come altrove, come portatrice della migliore esperienza oggi disponibile, i cui esiti siano sempre migliorabili e suscettibili di revisione: e dunque sempre contestabili.

Il problema è stato recentemente sollevato anche da una nota giornalista scientifica sulle colonne del New York Times:

Quando ho provato a dare spazio ad alcuni aspetti imprevisti o controversi sull’efficacia e la sicurezza dei vaccini, gli scienziati spesso non volevano più parlarmi. Dopo averli finalmente raggiunti al telefono, intuii una verità inquietante: che sono così terrorizzati dall’esitazione vaccinale del pubblico da censurare sé stessi minimizzando le scoperte indesiderate e forse anche evitando di condurre studi da cui potrebbero emergere effetti indesiderati. Coloro che violano queste regole non scritte sono criticati. Certo, lo scopo è di proteggere il pubblico, di far sì che un maggior numero di persone si affidi alle vaccinazioni, ma nel lungo termine questo approccio sarà controproducente. Il nostro arsenale di vaccini è eccezionale, è vero, ma può sempre migliorare. Il progresso richiede onestà scientifica e la volontà di porsi domande scomode.

Il fatto che si stia «forse anche evitando di condurre studi da cui potrebbero emergere effetti indesiderati» dovrebbe far squillare un allarme forte, fortissimo. Dovrebbe far saltare sulla sedia chiunque.

Sul tema è anche interessante leggere una recente denuncia del ricercatore Lluis Lujàn, autore nel 2018 di uno studio in cui si descrivevano alcune alterazioni cognitive e comportamentali riscontrate in una popolazione di pecore a cui erano stati somministrati vaccini contenenti sali di alluminio, nel corso di un anno. La ricerca è stata prima pubblicata e dopo pochi mesi ritirata dall’editor della rivista Pharmacological Research - lo stesso che l’aveva accettata - in seguito alla segnalazione «da parte dei lettori [orig. from the readership]» di presunte criticità metodologiche. Nel protestare contro la decisione, il prof. Lujàn la definiva «una storia di frode scientifica e di corruzione editoriale» in cui gli editor avrebbero agito in base alle segnalazioni anonime di «individui... pagati dall’industria dei vaccini per contestare qualsiasi paper scientifico da cui si potrebbe desumere che un vaccino non è sicuro al 100%».

In generale, esiste il rischio che l’urgenza di promuovere una pratica sanitaria renda più difficile la sua critica e quindi il suo miglioramento. Se, tornando nel nostro Paese, per l’organo di autogoverno dei medici è tutto un fiorire di sostantivi, aggettivi e avverbi tombali, se «l’assenza di effetti negativi sul sistema immunitario e l'assoluta mancanza di legame tra vaccinazioni e altre malattie sono rigorosamente soddisfacenti» e se «i vaccini hanno raggiunto un grado di sicurezza assolutamente tranquillizzante», che cosa resta da fare? E in ogni caso, chi si azzarderebbe a farlo?

Data di Pubblicazione: 14 giugno 2019

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