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Vivere è un Gioco

Le Guerre di Dio - Anteprima del libro di Biglino, Roversi e Roversi

Sentirsi fuori posto socialmente e culturalmente

Osservo il mondo circostante, la società in cui vivo e sono cresciuto e a volte mi pare di vivere in una follia; appartengo a un mondo e a un sistema culturale in cui si concretizza una situazione che potrebbe essere accettata esclusivamente a patto di considerarla un GIOCO.

I motivi di questa affermazione apparentemente inaccettabile possono essere sintetizzati così:

1. La religione giudaico-cristiana affonda le sue radici in un testo (l’Antico Testamento) di cui non sappiamo nulla: non sappiamo chi l’ha scritto (non abbiamo una sola fonte certa e accreditata, una sola prova indiscutibile sul rapporto tra testi e autori); non sappiamo quando sia stato scritto in origine (se pure esiste un’origine identificabile e definibile come tale); non sappiamo come fosse scritto nella sua prima stesura, mentre sappiamo per certo che il testo attualmente in nostro possesso non è quello originale, in quanto ogni volta che veniva riscritto sotto dettatura o ricopiato veniva variato; non sappiamo come fosse letto, visto che l’ebraico biblico è scritto senza le vocali e i suoni a esse corrispondenti sono stati indicati e fissati solo tra il VI e il IX secolo d.C., proprio per porre fine a un’anarchia che durava da secoli. Non è un caso che per gran parte della cultura ebraica il Talmud è più vero e più attendibile della Bibbia.

2. I rappresentanti di questa religione, coloro che la sostengono, la predicano, la divulgano e la impongono, nel 99% dei casi non conoscono la lingua nella quale quel libro è stato scritto. Pontefici, cardinali, vescovi, teologi, sacerdoti, catechisti, predicatori, divulgano delle presunte verità “assolute” ricavandole esclusivamente da traduzioni-, predicano quindi una religione “certa” sulla base di interpretazioni che nei secoli hanno subito variazioni non da poco e che stanno comunque cambiando anche oggi. Le stesse traduzioni continuano a variare e ancora varieranno in futuro, quando ci si deciderà a prendere finalmente atto di alcune scelte che persino i dizionari e le note filologiche ritengono inaccettabili: come introdurre i termini “eternità” o “onnipotente” o ancora “creazione dal nulla”, fino a “dio”, inteso come entità trascendente, che nell’ebraico biblico non esistono.

3. Tra i devoti fedeli di questa religione, più di un miliardo di persone crede ciecamente a presunte verità che sarebbero scritte in quel libro che però non ha mai letto ma che si è sentito narrare e presentare, a pezzi, da uomini che non conoscono la lingua in cui è stato scritto e che pertanto presentano utilizzando traduzioni che nei prossimi anni verranno definitivamente abbandonate.

Il normale buon senso

Secondo il normale buon senso una simile situazione sarebbe accettabile solo a condizione di considerarla una finzione, un gioco appunto, in cui ciascuno copre dei ruoli stabiliti per convenzione: un libro accettato come vero, degli interpreti ritenuti attendibili, dei giocatori che accettano per convenzione le regole conoscendone a priori l’infondatezza.

Invece non si tratta di un gioco ma di una realtà che da secoli condiziona, manipola e dirige la vita e la storia di gran parte dell’umanità.

Ma non è tutto: l’assurdità della situazione è ancora più drammatica.

Se “facciamo finta” che quel libro sia vero, la verità che ne deriva è infatti diversa, profondamente diversa da quella che i predicatori rappresentano.

Nell’Antico Testamento non agisce un Dio di amore, ma un individuo guerrafondaio, un militare di professione che utilizza la famiglia che li è stata affidata (quella di Giacobbe) per tentare di conquistare manu militari dei territori che non gli erano neppure stati assegnati.

Yahweh usa Israele e i suoi discendenti per combattere guerre finalizzate in via pressoché esclusiva al tentativo di sottrarre territori, piccoli fazzoletti di terra, a famiglie e clan tribali appartenenti alla stessa stirpe abramitica.

Proprio così.

Non siamo di fronte a ciò che è stato instillato nel conscio e nell’inconscio collettivi: non siamo di fronte a una guerra combattuta dal popolo dei “giusti”, cioè gli ebrei, guidati dal Dio unico nella lotta contro le forze pagane del male.

Il cosiddetto Libro sacro contiene la storia di una lotta secolare condotta da una famiglia di ebrei (discendenti di Ever) contro altre famiglie di ebrei, anzi, per la precisione, contro famiglie discendenti dal clan famigliare dello stesso patriarca Abramo, se non addirittura da lui direttamente: Moabiti, Ammoniti, Amalekiti, Edomiti, Madianiti...

Una vera e propria faida famigliare, una guerra tra parenti stretti, alfinterno della quale una famiglia di semiti (Israeliti discendenti di Giacobbe) - eseguendo gli ordini di uno che non era semita, Yahweh - opera contro altre famiglie di semiti (appartenenti alla stessa famiglia abramitica) nel tentativo di sterminarle per sottrarre loro i territori e installarvisi.

Questo è l’Antico Testamento; questa è la storia che ci narra il cosiddetto Testo sacro: un insieme di libri in cui la guerra, la rivalità, la crudeltà spesso gratuita dirigono ogni mossa.

Un libro davvero immorale in cui vince chi riesce a essere più forte e più astuto.

Se fosse un gioco potrebbe essere accettabile, ma non lo è stato: era la drammatica realtà, testimoniata dall’intero testo.

I richiami alla guerra sono continui

I richiami alla guerra sono continui; gli ordini di sterminio reiterati; i genocidi sono imposti con una determinazione che non lascia dubbi; assassini, rapine, femminicidi, infanticidi... tutto ciò che la nostra cultura ritiene turpe e inaccettabile faceva parte della quotidianità.

Gli inviti al cosiddetto amore o rispetto tra le persone valevano esclusivamente all’interno del clan tribale israelita: gli altri erano oggetto di conquista e nei loro confronti tutto era non solo lecito ma addirittura espressamente ordinato.

L’Antico Testamento è stato poi trasformato in ciò che non era; coloro che lo predicano senza conoscere la lingua in cui è stato scritto lo hanno stravolto facendone la base di una religione i cui principi contrastano palesemente con la lettera del testo, con la concreta crudezza delle vicende che narra, con l’assenza di principi morali che caratterizza i comportamenti dei personaggi principali, Yahweh in primis, nel corso delle continue “guerre sante” che costituiscono l’intera ossatura del cosiddetto “Libro dei libri”.

Lo stravolgimento è stato tale e tanto che addirittura i canti di guerra sono stati inopinatamente trasformati in preghiere: i Salmi che inneggiano alla potenza che Yahweh metteva in atto a esclusivo favore dei suoi vengono letti come testimonianza dell’amore universale di Dio.

Un solo esempio per tutti.

Un’espressione che viene ripetuta costantemente è la seguente: “L’amore di Dio è per sempre”.

Questa affermazione biblica è presente per ben 26 volte nel salmo 136 e dunque parrebbe una certezza assodata. Invito però il lettore a verificare quali sono i motivi che stanno alla base di questa espressione gioiosa e compiaciuta che gli Israeliti hanno formulato in questo loro canto.

Nello stesso salmo si spiega in modo chiaro, non equivocabile, che la misericordia, o amore, di Yahweh riguarda esclusivamente la famiglia di Giacobbe, cioè gli Israeliti, e ha invece conseguenze drammatiche per gli altri.

Tra le altre cose, si legge infatti:

«Percosse l’Egitto nei suoi primogeniti: perché per sempre è la sua misericordia.

Da loro liberò Israele: perché per sempre è la sua misericordia; con mano potente e braccio eso: perché per sempre è la sua misericordia.

Divise il mar Rosso in due parti: perché per sempre è la sua misericordia.

In mezzo fece passare Israele: perché per sempre è la sua misericordia.

Travolse il faraone e il suo esercito nel mar Rosso: perché per sempre è la sua misericordia.

Guidò il suo popolo nel deserto: perché per sempre è la sua misericordia.

Percosse grandi sovrani:

perché per sempre è la sua misericordia;

uccise re potenti:

perché per sempre è la sua misericordia.

Seon, re degli Amorrèi:

perché per sempre è la sua misericordia.

Og, re di Basan:

perché per sempre è la sua misericordia.

Diede in eredità il loro paese: perché per sempre è la sua misericordia; in eredità a Israele suo servo: perché per sempre è la sua misericordia.

Nella nostra umiliazione si è ricordato di noi: perché per sempre è la sua misericordia; ci ha liberati dai nostri nemici: perché per sempre è la sua misericordia».

In sostanza, la misericordia di Yahweh è “per sempre” perché ha ucciso i nemici di Israele, ha sottratto loro i territori e li ha dati al suo popolo.

Una delle prove più orrende della misericordia di Yahweh è data dal massacro dei primogeniti d’Egitto che, come sappiamo dal libro dell’Esodo, è avvenuto per ammorbidire il cuore del Faraone e indurlo a lasciare partire Mosè con i suoi.

Ci chiediamo: che colpa avevano quei bimbi innocenti per essere stati oggetto della straordinaria “misericordia” divina?

La misericordia divina si misura con i massacri che lui compiva, o faceva compiere, a esclusivo vantaggio dei suoi?

Questo testo è estratto dal libro "Le Guerre di Dio".

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