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Lo Yoga è Vegan - Anteprima del libro di Stefano Momentè

Yama e Niyama

Yama e Niyama

Yàma e Niyama, i primi due stadi dello yoga, controllano le passioni e le emozioni dello yogi e lo tengono in armonia con i suoi simili. Gli Yama sono: Ahimsa, Satya, Asteya, Brahmacarya e Aparigraha.

Ahimsa può essere tradotto come non violenza. Questo aspetto dello yoga è stato praticato e reso famoso da Gandhi, quando indusse la popolazione indiana a liberarsi dalla dominazione britannica in maniera pacifica. Martin Luther King Junior, il leader del movimento per i diritti civili negli USA, fu una delle tante personalità influenzate da Gandhi e dall’utilizzo di Ahimsa per ottenere cambiamenti sociali in maniera non violenta.

Gli Yoga Sutra descrivono Ahimsa, in questo modo: «Quando la non violenza è stabilizzata, nella sue prossimità, le tendenze ostili sono eliminate» (2.35). In sanscrito: “Ahimsa — pratishthayam tat-sannidhau vaira-tyagah”. Letteralmente: «Dove la non violenza (ahimsa) è stabilizzata (pratishthayam), nelle vicinanze (sannidhau) di essa (tat), le tendenze ostili (vaird) sono eliminate (tyagah).»

Secondo gli Yoga Sutra, questa non violenza è stabilizzata nello stato di Yoga, che viene definito nel secondo sutra degli Yoga Sutra come il completo acquietarsi dell’attività mentale. La mente acquietata, stabilizzata nello Yoga, non conosce violenza e una persona la cui mente si trova in tale stato, crea attorno a sé un ambiente libero da ostilità. E noto per esempio, che San Francesco di Assisi era in grado di calmare le persone e addirittura gli animali intorno a sé, semplicemente col potere dell’amore. Un individuo che ha la mente piena di pace irradia un’influenza di pace, e di conseguenza crea una realtà piena di pace.

E questo il modo in cui la non violenza diventa efficace.

È quello stato della mente che, usando le parole di Ramana Maharshi, «impedisce il sorgere del nemico». Una volta che l’inimicizia è stata eliminata afl’interno, non esiste nemico all’esterno. Sempre usando le parole di Maharshi: «Un nemico è l’incarnazione delle nostre debolezze».

Ahimsa è anche il pilastro su cui da 2600 anni poggia la dottrina jainista, altra grande religione indiana: Ahimsa Paramo Dharma, la compassione è il supremo dovere di ogni essere vivente.

Ma anche: la compassione è la vera natura di ogni essere vivente.

Ahimsa è il principio che i jaina cercano di praticare non solo nei confronti degli esseri umani ma anche verso tutta la natura. Alla luce di quanto dicono le scritture: non ferire, abusare, opprimere, schiavizzare, insultare, tormentare, torturare o uccidere nessun essere vivente, incluse le piante e tutti i vegetali.

Per il jainismo l’anima di ogni essere vivente — uomo, animale, vegetale, ma anche degli elementi — è eterna e divina, e aspira a lasciare il corpo materiale per raggiungere lo stadio di Anima Liberata. Tutte le anime sono potenzialmente divine, nessuna superiore o inferiore ad un’altra, tutte potenzialmente onniscenti e sante.

I jaina ritengono che per percorrere la via che conduce alla Liberazione sia indispensabile mangiare un cibo puro e vegetariano, poiché, cibandosi dei corpi degli animali, l’anima involve inevitabilmente nell imbarbarimento, nella disperazione e nel dolore.

jaina sono quindi i vegetariani più stretti e coscienziosi dell’area culturale indiana. Dei Veda accettano solo i concetti di karma e reincarnazione, rifiutando tutto il resto, ma, come afferma Maria Luisa Tornotti nel suo La non violenza nella cultura indiana dai Veda a Gandhi: rappresentano il massimo tentativo che sia mai stato messo in atto per ridurre o annullare la violenza.

Come? Nell’applicazione di Ahimsa in ogni istante della loro vita, adattandosi ai cambiamenti e arrivando perfino ad inasprire le loro regole di condotta, se necessario: è solo di qualche anno fa, infatti, un volume di aggiornamento dottrinale jainista - tradotto per il nostro Paese da Claudia Pastorino e Massimo Tettamanti - nel quale viene evidenziata la necessità di abolire il consumo non solo delle carni degli animali, ma anche di tutti quei prodotti derivanti da grande violenza sugli animali, come il latte, le uova, i formaggi, il burro.

Satya

Negli Yoga Sutra (Capitolo II, versetto 30), Patanjali presenta agli studenti di yoga il concetto di Satya (verità), uno dei cinque yama, o restrizioni, che i praticanti devono incorporare nella loro vita.

Nel secondo libro (Sadhana Pada), al versetto trentasei, sta scritto-Satya - Pratistayam Kriya - Phalasrayatam ossia: Il risultato per lo Yogi che ha raggiunto la stabilità nella pratica di Satya è che la parola diventa così potente, da essere impulso di ogni azione e ottenerne i frutti anche se l’azione non è compiuta. Perché Satya è presentata come una yama, l’insegnamento di Patanjali sull’argomento è stato principalmente associato con la moderazione, piuttosto che con l’azione, con ciò dovremmo astenerci dal fare piuttosto che con quello che dovremmo fare. La Sandilya Upanishad di Atharvanaveda, nel capitolo uno, dice a proposito di Satya: il parlare con verità contribuisce a ottenere un benessere nelle creature, attraverso le azioni della propria mente, della parola o del corpo.

Nelle maggiori Upanishad, Satya è descritta con due strati di significati - una verità come empirica sulla realtà, un’altra verità come un astratto principio universale, l’essere e l’immutabile. Entrambe queste idee sono spiegate nelle prime Upanishad, composte prima del 500 a.C. con variazioni che rompono le parole Satya o Satyam in due o tre sillabe. Nelle successive Upanishad, le idee evolvono e trascendono in Satya come verità (o veridicità), e Brahman come Essere, il vero Sé, l’eterno.

La Shanti Parva della Mahabharata afferma: La verità è l’essenza dei Veda. Ma nello stesso poema è scritto: Dì la verità piacevole, non dire le verità spiacevoli. Non mentire anche se si tratta di menzogne dolci all’orecchio. Questa è l’eterna legge del dharma. Satya indica perciò la necessità di dire il vero, ma in alcuni casi la verità non è necessaria se danneggia inutilmente chi la riceve. Questo yama insegna a considerare bene quel che diciamo, come lo diciamo e che effetto hanno le nostre parole sugli altri.

Asteya

Steya significa rubare, e Asteya il suo contrario: non prendere quindi ciò che non ti appartiene. Ma significa anche che se qualcuno ci affida qualcosa o ripone in noi la sua fiducia, non dobbiamo avvantaggiarcene a fini personali. La vita di altri esseri viventi rientra tra ciò che non ci appartiene.

Brahmacarya

La parola è composta dalla radice car, muoversi, e da brahma, realtà ultima essenziale. Il brahmacarya è quindi il movimento verso l’essenziale. In genere viene presentato come astinenza, soprattutto come astinenza sessuale. Ma meglio ancora, il brahmacarya è l’invito a instaurare relazioni che aiutino a camminare verso la verità suprema. Se in queste relazioni è presente il sesso, dobbiamo fare attenzione che non ci svii dalla direzione che stiamo seguendo. Sulla via della ricerca della verità, ci sono alcuni modi per controllare i sensi e il desiderio sessuale. Questo controllo non si identifica con l’astinenza totale. Inoltre, gli abusi sessuali si possono intendere a livello più esteso, come lo sfruttamento di un animale per utilizzare i frutti della procreazione.

In India c’è un grande rispetto per la famiglia. Secondo la tradizione indiana, ogni cosa nella vita ha il suo tempo e il suo luogo. La vita si divide in quattro stadi: il primo è quello dell’infanzia, il secondo quello degli studi, il terzo la formazione di una famiglia e l’educazione dei figli, e il quarto è quello in cui, terminate le responsabilità familiari, ci si può dedicare interamente alla liberazione e alla ricerca della verità.

Nel quarto stadio della vita tutti possono diventare sannyasin cioè monaci o monache. Ma un sannyasin deve elemosinare il cibo da persone ancora legate alla vita della famiglia. Le Upanisad consigliano di sposarsi e procreare subito dopo aver finito gli studi. Il Brahmacarya non è perciò un invito al celibato, ma, piuttosto, l’indicazione di un comportamento responsabile verso la Verità.

Aparigraha

L’ultimo yama si chiama aparigraha. Parigraha vuol dire prendere, afferrare. Aparigraha significa non toccare o non afferrare, prendere solo ciò che è necessario e non sfruttare a nostro vantaggio le situazioni. Se non è necessario, ad esempio, nutrirci di alimenti di origine animale non dobbiamo farlo.

I Niyama sono: Sauca, Santosa, Tapas, Svàdhyàya e Isvarapranidhànà.

Sauca, la purezza

Il primo niyama, Sauca, è la purezza. Sauca ha un aspetto esterno e uno interno. La pulizia esterna è quella del corpo, la pulizia interna ha a che vedere sia con la salute del corpo che con la chiarezza della mente. Consiste quindi in una pulizia quotidiana del corpo, ma anche nel nutrirsi di alimenti puri e nel mantenere una vita equilibrata. La purezza interiore prevede il controllo dei sensi, l’assenza di paura, la contentezza dello spirito, l’elemosina, i sacrifici rituali, la lettura delle sacre scritture, la penitenza, la semplicità, la dolcezza, l’amore per la verità, la sopportazione, il perdono, l’astenersi da ogni affermazione dell’io, da ogni possesso, attaccamento, inimicizia, invidia, cupidigia, sensualità, collera e agitazione. Gli asanà e il pranàyàma sono strumenti essenziali per la pulizia interna.

Santosa, la modestia

Il secondo niyama è Santosa, la modestia e la capacità di accontentarci di ciò che abbiamo, il mantenimento di un atteggiamento sereno. Molto spesso smaniamo per vedere i risultati delle nostre azioni, e altrettanto spesso restiamo delusi. In queste occasioni dovremmo semplicemente accettare i fatti nel modo in cui accadono, accettare ciò che arriva. Un commento agli Yoga Sutra dice accontentarsi vale più di sedici cieli. Invece di lamentarci accettiamo ciò che è accaduto e impariamo da esso. Santosa comprende le attività mentali come lo studio, gli sforzi fisici e il modo in cui ci guadagniamo da vivere. Riguarda il nostro modo di rapportarci a ciò che abbiamo e alle cose che ci sono state donate.

Tapas, l'austerità

L’esercizio del Tàpas comporta un’autodisciplina o un’austerità praticata con la volontà di frenare i propri impulsi fisici e di dedicarsi attivamente al conseguimento di uno scopo più elevato nella vita. Tramite l’esercizio di tàpas uno yogi o ricercatore spirituale può bruciare o prevenire l’accumulo delle energie negative, sgombrando il sentiero verso la propria evoluzione spirituale. La via è quella della sopportazione, del contenimento nel cibo, con la pratica del digiuno e altre forme di astinenza, ma anche quella dell’accettazione della sofferenza. Fare attenzione a ciò che mangiamo è tàpas, così come l’attenzione alle abitudini alimentari. Tàpas significa anche servizio disinteressato, svolto senza aspettativa di risultato o ricompensa per chi lo svolge.

L’abbandono permette di liberarsi dall’attaccamento al proprio ego, dall identificazione con la propria realtà soggettiva, e abbracciare un livello più alto di esistenza. Praticando la meditazione si sviluppa la capacità di abbandonarsi all’entità suprema che regola la vita dell’universo intero per lasciarsi guidare dalla forza della sua natura.

Questo testo è estratto dal libro "Lo Yoga è Vegan".

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